Lifestyle - 26 gen 2026

Scusate, mi assento un attimo

No, dire “vado un secondo al bagno” non è così banale.

C’è chi aspetta pazientemente uno spiraglio nella conversazione per congedarsi temporaneamente, e chi ci entra a gamba tesa dichiarando apertamente i propri bisogni. E c’è infine chi si defila senza dire parola, sperando di ritornare prima che la sua assenza sia notata. Parliamo ovviamente della necessità di interrompere una situazione sociale per annunciare che dobbiamo usare il bagno.

Quando la facciamo meno importante di quello che è

In psicologia, la razionalizzazione è un meccanismo di difesa: diamo una spiegazione logica (per noi) a un comportamento che in realtà è guidato da altri impulsi e bisogni. In pratica ci è scomodo dichiarare la nostra necessità, quindi la alleggeriamo, proteggendoci idealmente dall’imbarazzo.

Una per tutti: devo lavarmi le mani. Ma poi per tre ore nessuno riuscirà ad avvicinarsi al bagno.

Ti prego non dirmi di no

Nella vita quotidiana si usano le scuse preventive perché si teme il rifiuto o la percezione altrui. Ci si fa spazio nella conversazione con mille accortezze, in punta di piedi, per non sentirsi un peso negli scambi sociali o pensando di non “meritare” pienamente spazio o attenzione.

Una per tutti: scusate, vado giusto un secondo alla toilette. Quasi bisbigliato, ma per qualche motivo ogni volta se ne accorge tutta la stanza.

Sono solo fatti miei

Secondo alcuni psicologi, non esprimersi è spesso una difesa: non esponendo qualcosa di imbarazzante, come la necessità di andare in bagno, si protegge la propria immagine e si evita di esporre una vulnerabilità.

È l’arma segreta delle scuse per andare al bagno. Semplicemente ci si dilegua mentre qualcun’altro sta parlando, affidando al gruppo il compito di assorbire la scusa. In pratica il bisogno resta personale, la gestione dell’imbarazzo diventa collettiva. Una per tutti: è come un passo di danza. Il corpo si sposta indietro, lo sguardo intercetta quello di chi sta parlando - e non può interrompersi ora - e gli si fa un ammiccamento che dice vado di là, al bagno, io che posso, che non ho niente da fare, proprio in questo momento. Veditela tu. Goodbye, my friend.

E tu, come lo dici?

La psicologia della comunicazione distingue tre atteggiamenti: assertivo, passivo e aggressivo. Alla prossima cena aziendale potreste divertirvi ad analizzare i colleghi.

Una per ciascuna. L’assertivo non si farà problemi a dichiarare i suoi intenti, ma lo farà nel canone di una garbata conversazione: scusate, vado al bagno. E fine. Il passivo userà alcune delle tecniche che abbiamo visto sopra, tipo: devo controllare i messaggi ma ho lasciato la giacca al guardaroba, torno subito. L’aggressivo si alzerà in piedi, tintinnerà il coltello sul bicchiere, annuncerà che sta per andare a farsi una bella 💩, e al ritorno relazionerà su dimensioni, pesi e aromi.

Come lo dite?

Alla fine, le scuse per andare in bagno dicono meno del bisogno e più di noi. Scusarsi sinceramente, senza giri di parole, significa ammettere un bisogno perfettamente naturale e la vulnerabilità ad essa associata, nonché assumersi la propria responsabilità nelle relazioni sociali. Insomma, un bel segno di maturità emotiva.