Lifestyle - 21 mag 2026
La Biennale di Venezia è una m****!
O almeno questo è quello che deve aver pensato il referente per il Lussemburgo.
Dovremmo iniziare con “è sulla bocca di tutti”, ma vi renderete presto conto che sarebbe un’espressione infelice. Quindi, andiamo con la notizia.
Il Lussemburgo ha deciso di non girarci troppo intorno
Nella scena c’è la stessa tensione di quando sta per uscire il tema della maturità. Solo che dalla busta non esce una traccia di italiano, ma il titolo della Biennale Arte di Venezia 2026: In Minor Keys, “in chiave minore”.
Nel manifesto, il curatore invita a prendere le distanze da un’arte che urla, sciocca e spettacolarizza il trauma, per lasciare spazio invece a qualcosa di più ambiguo, intimo e sommesso.
Ed è qui che entra in scena Aline Bouvy. L’artista lussemburghese lavora da anni attorno a temi come il corpo, le norme sociali, il rapporto tra pulizia e sporcizia, sempre con un linguaggio ironico, disturbante e volutamente ambiguo.
La sua risposta al tema della Biennale si chiama La Merde.
La merde (non è un refuso: è francese)
Aline Bouvy porta al centro del padiglione lussemburghese un film che racconta la vita di una creatura-escremento antropomorfa: un essere fragile e grottesco che attraversa varie fasi dell’esistenza incarnando tutto ciò che la società preferisce non vedere. Il tutto proiettato su un enorme schermo LED.
Sì, in pratica una gigantesca crisi esistenziale… a forma di cacca.
Nello spazio c'è anche una scultura a grandezza naturale: E.T. The Excremential. Un alter ego che fonde il corpo dell'artista con quello dell’extraterrestre di Spielberg, in piedi davanti a una struttura di specchi.
Specchi che fanno il loro sporco lavoro: moltiplicano i visitatori, li trascinano dentro la scena. Si è dentro l'opera, un po' giudicati e un po' complici. E la vergogna, sotto forma di escremento ma anche di meccanismo sociale, prende forma davanti ai nostri occhi.
Cosa c'entra Sebach con tutto questo?
Moltissimo, e anche niente.
Moltissimo, perché lavoriamo ogni giorno con qualcosa che la società preferisce nascondere, relegare nell'angolo più lontano. Stiamo dove gli altri non vogliono stare (e neanche guardare), e ci stiamo con serietà, professionalità e la solita ironia.
E niente, perché non abbiamo bisogno di una Biennale per sentirci autorizzati a esistere. Lo facciamo già da quarant’anni, ci abbiamo fatto il callo!
Al massimo, se qualcuno dovesse chiederci di portare all'Arsenale un bagno mobile come installazione site-specific: sapete dove trovarci.
Spoiler: l’abbiamo già fatto qui.